Nel caso di ricovero del conducente presso una struttura sanitaria a seguito di incidente, secondo la giurisprudenza di legittimità, i risultati dei prelievi, effettuati presso detta struttura su richiesta della polizia giudiziaria, sono utilizzabili nei confronti dell’imputato per l’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza, trattandosi di elementi di prova acquisiti attraverso la documentazione medica e restando irrilevante, ai fini dell’utilizzabilità processuale, la mancanza del consenso; così com’è vero che il prelievo non è effettuabile laddove il paziente rifiuti espressamente di essere sottoposto a qualsiasi trattamento sanitario.

Tuttavia, in quest’ultima ipotesi, per espressa previsione testuale (il comma 7 dell’art. 186 richiama espressamente anche gli accertamenti di cui al comma 5 dello stesso articolo), il reato di rifiuto sussiste anche nel caso in cui il conducente si sottragga volontariamente agli accertamenti etilometrici di cui all’art. 186, comma 5, Cod. Strada: ossia a quelli legittimamente eseguiti in esecuzione di protocolli sanitari presso la struttura ove il conducente è stato ricoverato a seguito di incidente stradale.

In tal caso, pur trattandosi di prestazione incoercibile (potendo l’interessato rifiutare il trattamento sanitario), la manifestazione di volontà contraria al prelievo configura il reato di rifiuto, non essendovi alcuna coartazione della libertà personale del conducente, né tanto meno della sua libertà di rifiutare cure mediche.

In altri termini, l’espresso rifiuto di sottoporsi ai prelievi legittimamente richiesti dalla Polizia Giudiziaria paralizza la procedura di esecuzione di detti prelievi, ma non esime il conducente dal rispondere del reato di cui all’art. 186, comma 7 (e da quello di cui all’art. 187, comma 8), Cod. Strada.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, IV Sezione Penale, Pres. Piccialli – Rel. Pavich – con la sentenza n. 4236, depositata il 30 gennaio 2017.

Nell’ambito delle motivazioni della pronuncia in esame, la Suprema Corte, ha dunque sconfessato l’orientamento di parte della dottrina, che “contesta tale soluzione, sul rilievo che essa presenterebbe limiti di tenuta costituzionale (in quanto rappresenterebbe una sorta di coercizione, ostativa all’esercizio del diritto dell’indagato a rifiutarsi di cooperare alle indagini che devono essere eseguite a suo carico)”. Invero, la Cassazione ha ritenuto non convincente tale ultimo orientamento, “dovendosi ritenere preferibile quello (sostenuto da altra parte della dottrina e dalla giurisprudenza) in base al quale il principio nemo tenetur se detegere vale quando l’indagato sia “organo” dell’attività, non quando egli sia “oggetto” della ricerca della prova”, con ciò ritenendo esclusa la violazione dell’art. 24 della Costituzione.

 In sostanza, sottrarsi agli esami etilometrici paralizzerà l’esecuzione di questi ultimi, ma integra il reato di rifiuto e non esime dunque il soggetto dal rispondere del reato di guida in stato di ebbrezza.