Falsificare una scrittura privata (compresi gli assegni) è un reato punito dal codice penale con la reclusione fino a 3 anni. La giurisprudenza così è orientata:

Falsificare la firma del genitore per non fargli vedere un brutto voto è una ragazzata. Si rischia, a dir tanto, di non uscire il sabato sera. Falsificare, però, la firma di un altro su una scrittura privata è reato. Il codice penale recita: il reato di firma falsa avviene nel momento in cui «si violano i presupposti di fiducia e di tutela che il nostro ordinamento giuridico attribuisce a determinati e specifici documenti» A quali documenti? «A qualunque scritto su un determinato e idoneo sostegno e supporto, il cui compito è quello di sorreggere una richiesta di carattere giuridico o di evidenziare un episodio che possiede rilievo giuridico» [1]. In sintesi: falsificare una firma su una scrittura privata che ha un valore giuridico comporta dei guai seri. Così come firmare al posto di un altro un assegno. Vediamo, allora, che cosa rischia chi falsifica una firma.

Il rischio di falsificare una firma

Il reato contestato, dunque, è quello di falsità in scrittura privata [1]. Lo commette chiunque, a fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di creare ad altri un danno, crea in tutto o in parte una scrittura privata falsa. Per esempio, metto nero su bianco che mio padre mi regala la sua villa sul lago e falsifico la sua firma. Ma commetto reato anche se altero una scrittura privata vera. Cioè, se prendo il documento in cui mio padre lascia la villa sul lago a mio fratello e faccio figurare che la lascia a me, sempre falsificando la firma di mio padre. Che cosa rischia chi falsifica una firma in questo contesto? La reclusione da 6 mesi a 3 anni. Basta che io aggiunga qualche falsa postilla, un’aggiunta apparentemente innocua ma molto proficua per me. Quel «tantino» che serve a commettere il reato di falsità in scrittura privata.

Falsificare una firma: che cosa ne dice la giurisprudenza

C’è un fiume di sentenze della Cassazione che stabiliscono che cosa rischia chi falsifica una firma e quali sono le scritture private su cui apporre una firma falsa costituisce reato.

Tra i pronunciamenti più recenti, quello del 2015 in cui la Suprema Corte sancisce che «nella nozione di scrittura privata devono essere ricompresi non solo gli atti che contengono dichiarazioni o manifestazioni di volontà idonee a costituire ovvero modificare diritti e posizioni oggettive, ma anche quelli relativi a situazioni da cui possono derivare effetti giuridicamente rilevanti per un determinato soggetto» [2]. Tradotto: non solo non va bene modificare il contenuto di una scrittura, ma nemmeno falsificare una firma su quella scrittura. Si pensi, ad esempio, a chi falsifica la firma di un architetto su un allegato planimetrico depositato unitamente alla dichiarazione di inizio attività di lavori di ristrutturazione di un fabbricato.

Ancora: falsificare una firma costituisce reato quando, a causa di quella scrittura falsificata, vengono coinvolti dei terzi [3]. Esempio: un datore di lavoro consegna al suo dipendente delle scritture private false grazie alle quali il lavoratore ottiene un mutuo rimborsabile mediante la cessione di quote della retribuzione mensile.

Terzo caso. Secondo la Cassazione, commette reato di falsità in scrittura privata chi crea, in fotocopia, due false dichiarazioni di quietanza con falsificazione della firma del defunto creditore e, a tal fine, rileva il tempestivo disconoscimento – in sede civile – delle predette scritture effettuato dagli eredi [4]. Insomma: falsifico la scrittura del mio defunto padre e contesto quella (più probabilmente originale) presentata dai miei fratelli.

E così via, quando si falsifica la firma su una scrittura privata «taroccata» con un fotomontaggio [5], su un falso testamento olografo [6], su un falso contrassegno assicurativo [7], ecc.

Che cosa rischia chi falsifica una firma su un assegno?

La legge dice che chi falsifica una firma su un assegno risponde del reato di falsità in scrittura privata [1] e di falsità in titolo di credito [8]. Quest’ultimo delitto comporta che non venga applicata la pena da 6 mesi a 3 anni ma quella da 1 a 6 anni ridotta di un terzo, cioè: da 4 mesi a 2 anni.

Avv. Pasquale Zambrano

Note

[1] Art. 485 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 7703/2015.

[3] Cass. sent. n. 5338/2015.

[4] Cass. sent. n. 29026/2012.

[5] Cass. sent. n. 36369/2011.

[6] Cass. sent. 37238/2010.

[7] Cass. sent. 35090/2010.

[8] Art. 491 cod. pen.