Se si riceve una seconda volta la notifica di una citazione da parte della stessa persona per la medesima vicenda, nonostante la prima volta il giudice abbia respinto la domanda, è possibile chiedere i danni morali per aver “chiamato” di nuovo in tribunale la stessa persona sulla stessa vicenda, già giudicata.

In astratto è possibile avviare due giudizi sulla medesima questione, a patto però che ricorrano determinate condizioni che qui di seguito vedremo.

Essendo consentito dalla legge, quando ciò avviene non si può “chiamare ai danni” chi esercita il diritto – costituzionalmente garantito – di difendere i propri interessi (economici e non), sempre che non si abusi del processo e della giustizia.

In tal caso, sussistendo i presupposti della malafede oppure della colpa grave, anche se non esiste uno specifico rimedio per vedersi riconosciuto il risarcimento dei danni morali, è comunque possibile ottenere, nei confronti dell’istante, la condanna alle spese processuali. A ciò il giudice può aggiungere la condanna al pagamento di un ulteriore indennizzo, liquidato a causa dell’avvio della lite temeraria la causa, cioè, «persa in partenza». Ma procediamo con ordine.

Si può riproporre la stessa causa sulla stessa vicenda solo se la prima volta il giudice non abbia deciso sul merito della controversia ma si sia limitato a rigettare la domanda per via di vizi di procedura. Si pensi al caso di una notifica non correttamente eseguita o ad un tentativo di mediazione non esperito.

Si può attivare una seconda causa sulla stessa vertenza anche quando la prima sia stata solo un giudizio d’urgenza, nel cui ambito il giudice abbia adottato i provvedimenti provvisori, rinviando poi alla causa ordinaria per tutte le altre questioni, come quella del risarcimento del danno.

Non si possono chiedere i danno morali se questi agisce in buona fede o non commettendo gravi errori sull’interpretazione delle norme. Ed è a tal proposito che appare opportuno fornire un chiarimento.

Chi soccombe in giudizio, in generale, è tenuto a pagare le spese processuali, le tasse versate, l’onorario dell’avvocato, il compenso del consulente d’ufficio, salvo i casi di parziale soccombenza, oppure quelli in cui sulla questione sottesa al processo sia maturato un nuovo orientamento giurisprudenziale. Oltre a tali voci, null’altro è dovuto, poiché agire in giudizio è un diritto sacrosanto.

Non avrebbe senso che la legge da un lato consentisse anche due o tre cause sulla stessa vertenza e poi sanzionasse chi attiva i relativi giudizi. La sanzione però scatta nei confronti di chi:

A) è in malafede, ossia conosce bene le proprie responsabilità e, ciò nonostante, avvia una causa o resiste alla richiesta dell’avversario. Per esempio, un creditore notifica un decreto ingiuntivo a un tale che gli deve dei soldi e questi, pur di prendere tempo, fa opposizione;

B) commette colpa grave: è il caso di chi disconoscere le basilari regole del diritto e/o le interpretazioni ormai uniformi dei giudici.

In entrambi questi casi è possibile chiedere al giudice, prima della conclusione della causa una ulteriore condanna – che viene quantificata dal giudice secondo quanto gli appare equo caso per caso – per la cosiddetta lite temeraria. Si tratta di un indennizzo che dovrebbe coprire appunto i “danni morali” per essere stati inutilmente trascinati in un giudizio, pur non essendovene necessità o i presupposti legali.

Avv. Pasquale Zambrano