Con la pronuncia n. 23283 del’11.05.2016, la Suprema Corte ha confermato l’orientamento secondo cui le linee guida consistono in “raccomandazioni di comportamento clinico, elaborate mediante un processo di revisione sistematica della letteratura e delle opinioni scientifiche, al fine di aiutare medici e pazienti a decidere le modalità assistenziali più appropriate in specifiche situazioni cliniche” (in tal senso anche Cass. Sez. 4 n. 24455 del 22/04/2015, Plataroti, Rv. 263732; Sez. 4, n.18430 del 05/11/2013, Loiotila, Rv. 261294).
Le linee guida, dunque, non offrono degli standard legali precostituiti e, pertanto, non sono riconducibili al novero delle regole cautelari, secondo il classico modello della colpa specifica.
In particolare la Corte ha rilevato che dietro la generica e unitaria definizione di “linee-guida” si nasconde “un prodotto multiforme, originato da una pluralità di fonti, con diverso grado di affidabilità”.
Quanto alle fonti, infatti, alcuni documenti provengono da società scientifiche, altri da gruppi di esperti, altri da organismi ed istituzioni pubblici o da organizzazioni sanitarie di vario genere.
La diversa provenienza si riflette anche sulla stessa impostazione delle linee guida, talune delle quali presentano un approccio maggiormente speculativo, mentre altre tendono a individuare un punto di equilibrio tra efficienza e sostenibilità ovvero sono espressione di diverse scuole di pensiero che propongono strategie diagnostiche e terapeutiche differenti.
Avv. Pasquale Zambrano